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Il comune di Grosso appartiene a: Regione Piemonte - Città metropolitana di Torino

Storia

La prima notizia certa che abbiamo di Grosso risale al 10 febbraio 1209, quando Giacomo I, vescovo di Torino, nomina Grosso in un documento in cui compone la vertenza tra il Priore di S. Andrea di Torino e il Prevosto della Chiesa di Liramo, per beni in Ciriè. Corio, Noie, Liramo e Grosso.
Liramo (Plebs Lirami) sorse accanto al "Castrum Cerreti" (Ciriè) fin dall'epoca romana. Si estendeva dalla antica chiesa di S. Martino fuori le mura di Ciriè per una larga zona di terreno compresa fra "la ripa di S. Apollonia, la ripa ad ovest del castello della Pie e la cappella di San Michele, sorta nel sec. XIV".

Pure essendo una frazione di Ciriè, Liramo godette fin dall'inizio di una certa quale indipendenza: infatti nei documenti è sempre ricordato distinto da Ciriè.
Quando, per il diffondersi del Cristianesimo, il "Castrum Cerreti" divenne "Ciriacum", la "Plebs Lirami" edificò la sua chiesa (sec. VII) dedicandola a S. Martino, ad una sola navata, a mo' di fortezza, nella quale si rinchiudevano durante le incursioni nemiche gli abitanti di Liramo, che vivendo in case molto sparse non potevano essere difesi da mura. Verso il Mille sorse il castello, "castrum Plebis Lirami", sulla sponda sinistra del torrente Banna, che servì da nuovo e più sicuro rifugio.
A quest'epoca furono pure aggiunte le due navate laterali alla chiesa di S. Martino. Questa chiesa però divenne ben presto scomoda, man mano che gli abitanti edificarono le loro case vicino al castello per poter essere maggiormente difesi: per cui, nell'ottobre del 1311, il vescovo Tedisio di Torino commise la cura d'anime alla chiesa di S. Stefano situata nell'abitato di Liramo, presso il castello, a metà tra il castello e la strada di Noie.

Per dote, alla nuova parrocchia di S. Stefano in Liramo assegnò una parte dei beni appartenenti al beneficio parrocchiale di San Martino e precisamente: una pezza di terreno (cinque giornate) in regione Nocebella ed un'altra in regione Bobio ("et in àotem as-signavit peciam terrete ultra Nucembellam et aliam àictam ad Bo-bium").
Ma la nuova parrocchia avrà vita breve. Nel 1330 Liramo viene completamente incendiato e i suoi abitanti abbandonano il luogo, rimanendone solamente ventisei al castello della Pie e ventitre nei due cascinali posti sulla ripa di Liramo, vicino alla chiesa di S. Apollonia.
Allora la parrocchia di Liramo, rimasta quasi senza abitanti e con la chiesa semidistrutta, viene unita ed annessa, con la sua dote, alla parrocchia di S. Lorenzo di Grosso.
L'archivio arcivescovile di Torino ci conserva, datato 1° dicembre 1351, l'"atto di collazione della chiesa di S. Stefano di Liramo in coli'unione di S. Lorenzo di Grosso a Don Pietro di Noie, per rassegna del prete Guglielmo"; quindi, almeno dal 1351 (ma forse dal 1330) le due parrocchie di S. Stefano di Liramo e di S. Lorenzo di Grosso "si trovano unite" a formare l'"unica" parrocchia dei Ss. Lorenzo e Stefano di Grosso.
Nel 1356, Giacomo di Savoia, principe di Acaia, comprende nel territorio del Canavese {Canepitium) anche il castello di Balangero coi borghi di Mathi, Grosso, Villanova, Noie, Ciriè e S. Maurizio.
Da un censimento del 1359 Grosso risulta avere appena 16 fuochi, cioè circa 80 abitanti; mentre Liramo ne contava 33 (circa 165 abitanti).

Per circa un secolo, durante il 1500 la nobile prosapia dei Cavalieri tiene in mano le redini, oltre che del paese, anche della parrocchia di Grosso.
Difatti, Giovanni, marchese del Monferrato, il 5 febbraio 1295, in cambio di altri feudi (tra cui Ciriè e Liramo), cede Grosso e il suo territorio ad Amedeo Cavalieri, figlio del fu ciriacese Merletto, signore di Rivarossa. I Cavalieri terranno il feudo di Grosso, come conti, fino all'inizio del sec. XVII, prima da soli, poi accanto ai Peracchi (sec. XIV) e ai Giacomelli (sec. XVI).
Durante tutto il 1500 si succedono al Priorato dei Ss. Lorenzo e Stefano tre Cavalieri: Don Lodovico (che muore nel 1530); Don Giovanni Amedeo, nipote del precedente, che inizia il suo ministero nel 1530 succedendo allo zio; e Don Filippo, che troviamo priore di Grosso nel 1584 (al momento della visita del delegato apostolico mons. Angelo Peruzzi, per la promulgazione del Concilio di Trento) e nel 1594 (durante la visita pastorale dell'arcivescovo Carlo Broglia), e che scompare nel 1599 (durante la famosa peste che mietè tante vittime da noi), per dare posto al lanzese don libertino Villanis.
Don Filippo Cavalieri è aiutato nel suo ministero parrocchiale fino al 1594 dal viceparroco Don Giacomo Gaido di Balangero, e dal 1594 al 1599 dal viceparroco Don Giovanni Perrero di Noie, il quale, come vicario economo, preparerà l'ingresso al priore Don Villanis

Con atto del 19 dicembre 1549, rogato Monteferrato, Grosso aveva ottenuto dal Signore di Balangero il permesso di scavare una bealera dal ponte del Roch (o del Diavolo) a Lanzo. attraverso i Comuni della Castellata, per irrigare i terreni e per alimentare gli "artifici fatti e da farsi" sul territorio di Grosso.

Fu radunata la Credenza Generale (consiglio comunale) nella casa sita davanti al forno, dove abitualmente avveniva la convocazione {"ante fumo, ubi talia fieri solent").
Molto facilmente questa "casa comunale" già nel 1550 si trovava dove è attualmente, se si pensa che uno dei due forni di Grosso era, fino ad una cinquantina, di anni fa, dietro (cioè a Nord) l'edificio del Municipio. L'ultimo proprietario di questo forno è stato mio nonno paterno, Antonio Bellezza-Prinsi, che lo aveva acquistato nel 1907 dal sig. Luigi Bairo (detto "Scaiéta"), trasformando poi il locale (verso il 1922) in abitazione propria e dei suoi cinque figli.
Oltre la Credenza Generale, furono convocati anche i tre quarti dei capi-famiglia (che allora erano una quarantina: il paese contava circa 200 abitanti), alla presenza del notaio nolese Antonio Gurlino, essendo testi qualificati il nob. Giovanni Mazochi borghese di Ciriè, mastro Giorgio Ruella di Noie, l'illustre Perono Santino borghese di Lanzo.
Quattro anni dopo, nel 1554, viene portata davanti ai giudici una spinosa e secolare questione riguardante il possesso dei beni appartenenti un tempo alla chiesa parrocchiale di S. Stefano di Liramo (in quel di Ciriè), la quale, almeno dal 1351, era stata unita alla chiesa parrocchiale di S. Lorenzo di Grosso.
La Comunità di Ciriè rivendica a sé questi beni, mentre il priore di Grosso afferma che di diritto spettano a lui, essendo stata la parrocchia di Liramo unita a quella di Grosso.
Della questione parlavano un tempo le oltre 500 pagine di un voluminoso manoscritto, che il teol. Enrico Giachetti di Ciriè, verso il 1920 legge e dice "appartenente all'Archivio Parrocchiale di Grosso Canavese".
Purtroppo tale importante manoscritto a Grosso non c'è più, e le nostre ricerche in quel di Ciriè (dove facilmente era stato portato per lo studio della questione dal detto teol. Giachetti) ebbero, finora, esito negativo.
Il 2 febbraio 1556 il duca di Brissac (maresciallo Carlo Cosse), viceré in Piemonte, manda da Chieri l'ordine perentorio di demolire il castello di Lanzo. Tutti i paesi dei dintorni devono collaborare nella distruzione: Grosso dovrà abbatterne un trabucco.
A Grosso la peste arriva fin dal 1597: gli atti di matrimonio mancano dal 28 giugno 1597 al 28 novembre 1599. Il culmine l'ebbe però dal giugno al novembre 1599, epoca in cui neppure un battesimo fu registrato. Il primo battesimo del novembre 1599 è preceduto dalla dicitura: "post contagium".
Il nunzio pontificio presso i Savoia, Riccardi, scriverà in una relazione a Roma, che nella sola Lanzo erano morte 400 persone n. Durante questa peste scompaiono a Lanzo sia il vicario Don Francesco Clavis, sia il viceparroco Don Filippo Sereno.
A Grosso le cose non andarono meglio. Di peste muore nel 1599 il priore Don Filippo Cavalieri e a motivo della peste ivi regnante la Credenza Generale di Balangero (paese miracolosamente scampato al flagello), in data 28 agosto 1598, radunata nell'aia del console (sindaco) Calvetti e alla presenza del castellano Bernardino Bellino, ordina alcune prescrizioni per prevenire il flagello e proibisce ai Balangeresi di recarsi a Grosso, Mathi e Ciriè, paesi infetti . Nel 1705 Grosso è saccheggiato dai Francesi.